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Il cibo: una scusa per assaporare lentamente il mondo

a cura di Fausto Russo

25 Marzo 2024

Il cibo: una scusa per assaporare lentamente il mondo

Introduzione

In questa prima puntata di Psyche, ci immergiamo in una conversazione unica sul cibo con il dottor Fausto Russo, psichiatra e acuto analista della comunicazione. Attraverso il suo sguardo esperto, esploriamo il cibo non solo come sostanza nutritiva ma come chiave di volta per interpretare la vita e le sue sfumature più profonde.

Il dottor Russo, con la sua penna affilata e la profonda comprensione dell’animo umano, eleva le pagine di D’O, offrendoci un viaggio sensoriale che va oltre il gusto, toccando il cuore e la mente.

Preparatevi a essere sorpresi e ispirati da una visione del cibo che cambierà il modo in cui pensate all’atto di mangiare.

Buon ascolto

Il cibo: una scusa per assaporare lentamente il mondo

Con un’aria di sacralità come quella delle chiese, i supermercati moderni ospitano clienti assorti e confusi, catturati da scaffali che provocano e quasi sfidano la gente a misurarsi con i loro desideri. In quella folla che si ammassano, sembra di vedere fedeli che celebrano i loro riti di devozione, in preghiera dinanzi al mistero e all’abbondanza di ogni tipo di cibarie. Si cercano e si ammirano, con aspettative rassicuranti, i prodotti a km zero, si corteggiano, con curiosità e con ricercatezza esibizionistica, i prodotti più esotici.

Laddove l’integrazione tra gli umani provenienti da mondi diversi stenta ad avvenire, quella tra cibi locali ed esotici, invece, avviene con molta naturalezza e gustoso compiacimento.

Il comportamento dei clienti, che immediatamente balza agli occhi, è il loro essere religiosamente fermi davanti ai carrelli e, poi, il mostrare enorme attenzione e concentrazione nel leggere le tabelle con la composizione degli alimenti.

Volta per volta, vengono presi in esame ingredienti, valori nutritivi, provenienza delle materie prime, cosicché la percentuale di quello zero virgola in più o in meno presenti diventa il criterio capace di fare la differenza nell’ orientare l’acquisto.

E’ proprio da questo momento, da questo atteggiamento di esasperata attenzione alla composizione chimica dell’alimento, che si produce, di fatto, la prima stortura del rapporto complessivo con il cibo. Proprio perché, tanti discorsi sull’alimentazione sembrano non riuscire a distaccarsi da un interesse prevalente: l’analisi delle sostanze ingerite.

Sono discorsi che diventano fortemente parziali, quando guardano al cibo solo come somma di sostanze chimiche contenute nei singoli alimenti.

Per contrastare e superare questi atteggiamenti di retroguardia, per avvicinarci a un diverso approccio verso il cibo, può essere utile, invece, soffermarsi su alcune considerazioni ben precise.

La prima è che, sotto le vesti asettiche delle componenti chimiche, ogni alimento è impregnato di una forte energia simbolica che lo caratterizza. L’immagine che un alimento evoca, che richiama nella memoria e nell’immaginario, è certamente più importante delle sue vitamine e delle sue calorie.

Questo perché, in realtà, non mangiamo solo il cibo, ma il suo significato. Non si nutre solo lo stomaco, ma la testa: il cibo è fatto per soddisfare sensazioni profonde di dentro. Ogni qualvolta ingoiamo il nostro cibo quotidiano, lo facciamo diventare parte di noi.

L’affermazione che l’uomo è ciò che mangia può facilmente essere spiegata, considerando che il nutrimento non è solo carburante per il nostro corpo: entra, invece, nella nostra composizione interna e, grazie alla digestione, diventa parte di noi e va a costituirci nell’intimo. Il nutrimento non è solo carburante per il nostro corpo: se gli alimenti scarseggiano, o cessano del tutto, il corpo non si ferma -come una macchina o un motore- ma si ammala e muore.

In questo senso, ancora più forte è la considerazione di come attraverso il cibo, già alla nascita, passi una primitiva comunicazione non verbale, dominata dalla presenza imponente della madre, che si fa individuare come colei che, mentre sta nutrendo, gratifica, appaga, rassicura, rilassa ed apporta una vera e propria condizione di beatitudine. Oltre, sempre la madre, a porsi come un essenziale elemento di relazione, su cui si può contare ed a cui ci si può affidare. Ogni volta che siamo stati nutriti, abbiamo portato nel sangue e nella testa le immagini d’amore di chi ci nutriva.

Allo stesso modo, secondo la stessa logica, appaiono ben evidenti i danni che produrrebbe, invece, una madre distante, superficiale, sfiduciata, rigida, disattenta, incalzante, eccessivamente ansiosa.

Nutrirsi, allora, non vuol dire solo mangiare quello che mettiamo nel piatto, ma soddisfare memorie, fantasie, desideri, aspettative che ci portiamo dietro e che ogni cibo contiene in sé. Profumi, sapori, colori, essenze di un cibo, si legano a quello che ha significato per noi, al ricordo che evoca, al valore che ha avuto quando è stato pensato per noi, quando ci è stato preparato ed offerto, quando lo abbiamo meritato, quando ha rappresentato un premio o anche una punizione.

Le storie della persona sono storie di cibo, non solo e non tanto per il significato di nutrimento fisiologico che contiene, ma per il ruolo che ha nei nostri vissuti, nel nostro immaginario, nelle nostre rappresentazioni mentali. Siamo, evidentemente, il prodotto dell’ambiente intorno a noi, delle relazioni che abbiamo costruito o subito, di quanto ci hanno insegnato o anche semplicemente mostrato. E, ancora, delle scelte compiute, dei condizionamenti, delle suggestioni, delle agevolazioni, degli apprezzamenti, delle punizioni ricevute.

In questo senso, più specificamente, si rivela importante anche il significato legato al cibo che ci è stato dato, per motivi che prescindevano da bisogni fisiologici, dalla fame vera e propria. Quando è stato legato, per esempio, al significato di protezione dalla paura di non farcela, di rimedio da una condizione di malessere (“mangia che ti passa”), di conforto nella gestione di compiti impegnativi (“mangia che diventi forte”). Oppure di anestetico contro capricci disturbanti, come un ciucciotto, per tenere buona e placare la parte irrequieta e fastidiosa del bambino, incapace di trovare altre possibilità di esprimersi.

Dal cibo come ciucciotto nasce, il più delle volte, il ricorso al cibo in eccesso: come compenso di disagi interiori, soprattutto di tendenze autosvalutative e rinunciatarie, nonché come soddisfacimento di quei bisogni confusi, non ben definiti, né chiariti ed elaborati. Ecco, allora, i saccheggi anche notturni del frigorifero, ecco la necessità compulsiva di sapere di avere sempre disponibili, meglio se a portata di mano, opportune quantità di cibo.

Non va nemmeno taciuta un’ulteriore realtà disfunzionale, legata a quelle condizioni in cui, nell’individuo, avviene un netto prevalere dell’attività razionale su quella emotivo- affettiva. E’ allora che si produce un evidente ingorgo di pensieri: l’accumulo di pensiero ha lo stesso potere inquinante e intossicante di una dieta squilibrata.

Alla luce, dunque, di tutto quanto detto, si può provare ad individuare come possa essere un rapporto consapevole con il cibo, con la complessa categoria del mangiare. Quale valore e quale significato il cibo possa assumere nella nostra costruzione mentale. Forse, il significato più giusto da attribuirgli è quello di considerarlo uno splendido strumento di conoscenza.

Ma non c’avevano già pensato i latini, quando, con una splendida intuizione, individuavano nel loro verbo “sapio” il significato sia del sapore, dell’assaporare, che del sapere, del conoscere? Scoprire un cibo, conoscerlo, assaporarlo, diventa perciò una splendida metafora per conoscere il mondo, attraverso percorsi di educazione sensoriale, di miglioramento del’acutezza intellettiva, di declinazione emozionale. Di deposito di esperienze consapevoli.

Se, allora, il cibo si presenta come uno strumento irrinunciabile per una conoscenza non superficiale dell’ambiente, l’alimentazione può essere intesa come manifestazione più complessiva del proprio stile e del proprio modo di essere.

E favorire, così, un discorso che faccia chiarezza su cosa voglia dire mangiare bene e mangiare salutare.

Una conclusione possibile di questo discorso, davvero molto esemplificativa ed approssimativa, ma forse didascalicamente un po’ efficace, può essere questa.

Se si mangia solo il cibo che ingolosisce, si rischia di diventare malati.

Se si mangia solo il cibo che “fa bene” (quante volte ci si rifugia in questa nozione approssimativa), si rischia di diventare spenti e tristi. Che, poi, è la stessa cosa di diventare malati.













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